25 anni senza Augusto Daolio, nostalgia per la voce dei Nomadi

25 anni senza Augusto Daolio, nostalgia per la voce dei Nomadi

Parla l’amico e cofondatore Beppe Carletti: “Oggi i ragazzi lo amano perché le sue canzoni hanno lasciato un segno fortissimo”

di ERNESTO ASSANTE

Venticinque anni fa moriva Augusto Daolio e con lui in qualche modo si chiudeva un’epoca, un modo di fare le cose, un approccio alla canzone italiana che, dall’avvento del Beat, aveva portato diverse nuove generazioni a cambiare le regole del gioco. Augusto rappresentava un mondo che ancora oggi è ben vivo, ma lontanissimo dal mainstream del pop nazionale, quello della canzone d’autore moderna, influenzata dal beat inglese e dal folk americano, radicata saldamente nella provincia italiana ma disposta a superare con lo sguardo i confini nazionali, una canzone che sapeva e sa essere attenta ai movimenti sociali ma anche alle passioni e ai sentimenti. Ecco, Augusto era questo, un ragazzo italiano diventato uomo assieme alla sua musica e ai Nomadi, una band che fin dagli esordi aveva saputo mettere insieme tutto quello che era importante, musica, poesia, rock, folk, politica, canzone, passione. A quarantacinque anni Daoli ci ha lasciato, nel 1992, ma ancora oggi i ragazzi, molti dei quali non lo hanno mai visto cantare dal vivo, lo amano e amano i Nomadi. “Lo amano perché Augusto è riuscito, nel tempo che ha vissuto, a lasciare un segno fortissimo”, dice Beppe Carletti, amico fraterno e fondatore con Daolio dei Nomadi, “i ragazzi di oggi lo hanno incontrato nelle sue canzoni che noi portiamo avanti ancora e di quelle canzoni s’innamorano. Ed è per questo che penso che sia stato davvero positivo avere continuato, per lui, per noi”.

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